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Area Archeologica

Il sito archeologico di Oppido Mamertina si compone di diverse aree storiche (C.da  Mella,  C.da. Palazzo, Castellace e Oppido Vecchia). Grazie a delle ricerche corroborate da numerose campagne di scavo condotte dalla Prof.ssa Costamagna e del Prof. Visonà, sono stati rinvenuti dei reperti archeologici che hanno permesso di ricostruire la storia locale

 


CASTELLACE

Una tra le aree di particolare importanza site sul territorio di Oppido Mamertina è Castellace: il più antico sito archeologico che ricade all’interno del bacino idrografico del fiume Petrace, che segna il limite meridionale della pianura di Gioia Tauro.Tale frazione dista da Oppido Mamertina 5,55 km ed ha un altitudine di 193 m s. l. m.; conta circa 600 abitanti e l’economia è basata sull’agricoltura. Essa è circondata infatti da agrumeti ed uliveti. Fino al 1601, Castellace faceva parte della Diocesi di Reggio Calabria, solo successivamente entrò a far parte delle Diocesi Oppidese. Nel 1783 fu soggetta al disastroso terremoto e fu ricostruita successivamente in un altro territorio, ma un altro sisma del 29 Dicembre del 1908 ne ha provocato nuovamente la distruzione. Venne ricostruita ad un km dalla vecchia Castellace, prendendo il nome di “Castellace Stranges” .

I rinvenimenti archeologici reperiti, sono riconducibili all’ età dei metalli: bronzo e ferro in un arco di tempo tra il XII e il VIII secolo a. C. Il sito antico di Castellace è ubicato nella porzione meridionale e più interna dell’area stessa. L’ area del sito archeologico comprende: il piccolo pianoro di Torre Cillea fronteggiato a ovest da quello di Torre Inferrata. Il pianoro di Torre Cillea  si estende su una superficie pianeggiante e oggi risulta intensamente coltivato a uliveto. Le indagini effettuate in questa località consentono di confermare l’ipotesi della possibile esistenza di un abitato in seguito alla scoperta di due necropoli di età protostorica e di età ellenistica, rilevate nella vicina Contrada Inferrata.

Riguardo il materiale protostorico, gli elementi rinvenuti si inseriscono nell’età del ferro o del bronzo finale/primo ferro. Si tratta di due esemplari attribuibili a forme ceramiche: due frammenti di orlo relativi ad un “olla” e ad una “scodella”, entrambi accomunati da un tipo di impasto alquanto grossolano di colore rosato dell’argilla tendente al grigio. Le altre classi di oggetti più antichi presenti nel sito sono: la ceramica di produzione coloniale e le anfore arcaiche. Tuttavia i dati in nostro possesso sono discreti sia a livello quantitativo che qualitativo perché i materiali si presentano in pessimo stato di conservazione a causa del processo degenerativo dovuto all’ acidità del terreno che tende a corrodere le superfici.

L’ aspetto più interessante delle necropoli protostoriche, è legato alla presenza di cripte a grotticelle, atti ad ospitare corpi interi e non vani contenenti urne cineree, rivestite di pietre con il defunto rannicchiato sul lato destro( riconducibili alle costumanze funebri dei popoli di Sicilia).

Le armi portate alla luce risalgono all’età del bronzo finale : spada corta, doga e lancia che determinano l’appartenenza dei corredi rinvenuti a figure di guerrieri dal ruolo predominante che utilizzavano una tecnica di combattimento molto elaborata e poco nota. Tra i corredi femminili , una posizione notevole è occupata dalla presenza di monili d’oro come i bracciali spiraliformi. Diversamente, tra i materiali ritrovati risalenti all’età del ferro ricordiamo: cuspidi di lancia, fibule e forme ceramiche di impasto, riferibili alla prima fase di questo periodo che testimoniano anche la sopravvivenza degli insediamenti del bronzo finale e l’importanza delle attività belliche. Dalla stessa località provengono le testimonianze funerarie che documentano la presenza italica, specificatamente brèttia, nel corso del IV – III secolo a. C. nel territorio di Oppido. Si tratta di corredi funerari formati da materiali che indicano l’origine italica dei defunti; il rango sociale elevato, nella comunità cui appartenevano, è attestato dall’esistenza nelle tombe dei guerrieri, di schinieri e di cinturoni a fascia, originariamente in cuoio e bronzo e di cui oggi si conserva la parte terminale con gli agganci decorati a motivi vegetali.

Accanto al tradizionale vasellame ceramico, non conservatosi nel caso di Castellace, è stato ritrovato vasellame bronzeo, riconducibile alla pratica conviviale del simposio, con la tipica forma della situla o del kantharos, usati per bere o mescolare l’acqua al vino. Di contro, alari, spiedi, coltelli solitamente usati per tagliare e cuocere la carne, sono ricollegabili all’ ideologia del banchetto e dell’Oikos, riprodotti invece in piombo. Tra le forme ceramiche ricollegabili a sepolture femminili italiche, sono state rilevate il lebete nuziale e la lekane, entrambi a figure rosse. Il rito funerario documentato è quello di inumazione, ma per qualche defunto è testimoniato il rito dell’ incinerazione.

Il pianoro di Torre Cillea, si presenta come un’ area idonea per ospitare un abitato. Tuttavia, data l’estensione limitata dello scavo, non è ancora possibile stabilire se si tratta di un abitato di piccoli dimensioni (fattoria, villaggio) o di estensione maggiore. In esso, la cronologia fornita dai materiali rinvenuti (ceramica a vernice nera, una moneta “AE”  siracusana di età dionigiana) non appare riferibile alla necropoli di Torre Inferrata. Le strutture rinvenute  a Torre Cillea, rientrano piuttosto nell’ ambito cronologico della lamina bronzea, con dedica ad Eracle Reggino, datata alla prima metà del V secolo a. C. 

Tale ritrovamento è stato rilevato nel Pianoro Torre Inferrata in località S. Teodoro e viene interpretato anche come santuario di frontiera posto tra il territorio di Reggio e quello delle colonie locresi sul tirreno (Tauriana e Metauros).

Tra le monete reperite, assume rilevante importanza quella attribuibile alla Zecca di Methana. A quest’ultima sono state attribuite alcune serie monetali, all’ultima delle quali è assimilabile la moneta rinvenuta  a Castellace.  Assimilabile appunto, ma non uguale, trattandosi di una moneta coniata nel caso di Castellace e di una (forse) fusa nel caso della moneta attribuita a Methana.

La criticità nell’attribuire questa moneta alla zecca di Methana risiede nel fatto che questa piccola polis sia tra le meno note del mondo greco a causa della rarità dei rinvenimenti.

La moneta suddetta è parte di una monumentale collezione numismatica, una delle più ricche e complete al mondo di monete del Peloponneso. 


 


 

 CONTRADA “PALAZZO”                                                                

L’area con toponimo “Palazzo” si trova nel cuore della foresta aspro montana, a 1040 metri s.l.m., dove sono stati rinvenuti resti di possenti mura di una piccola fortificazione. Si tratta di un anello di congiunzione tra i due percorsi che rispettivamente da Oppido “Vecchia” e da Oppido Mamertina salgono ai piani di Zivernà, dove si può raggiungere lo spartiacque, tutti i percorsi di montagna e proseguire verso il litorale ionico ad esso collegati. Si tratta di una fortificazione la cui posizione favorisce il controllo all’accesso alla montagna rendendo più agevole l’avvistamento. Tuttavia, il percorso più a nord che giunge alla collina di Oppido Vecchia e del sito di Contrada “Mella”, è ricordato come  il sentiero più comodo per dirigersi a piedi dalla Piana verso la montagna e il Santuario di Polsi.

Dalle campagne di scavo degli anni 1995/1997 è possibile ricostruire una sequenza di avvenimenti:

  • Tra la metà del VI e i primi del V secolo a. C., prima della fortificazione, l’area fu occupata dai Greci come attestato dai frammenti di coppe rinvenuti.
  • Dalla metà del IV secolo a. C. essa viene costruita su una strada di argilla preesistente. L’economicità dei materiali impiegati e la semplicità tecnica della messa in opera delle mura, mostrano i limiti tecnici dei costruttori della fortificazione, e confermano la presenza italica nel territorio reggino.
  • Gli occupanti della fortezza potevano far affidamento su approvvigionamenti dall’esterno e far leva anche su un parziale autosostentamento attraverso una piccola produzione alimentare.
  • La fortificazione è stata abbandonata in modo incruento.

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